di Alessandra Sanna, docente della scuola primaria di Quartu Sant’Elena

Varcare la soglia della Maunula Primary School ha significato, prima di tutto, lasciarsi alle spalle molte delle rigidità che caratterizzano il nostro sistema scolastico.
Kirsi, vice principal, ci accoglie con un sorriso. Nessuna divisa. Nessun distintivo. Nessuna presentazione del ruolo che ricopre. Nessun merito ostentato. Eppure ne avrebbe motivo. Anche perché in Finlandia la formazione per diventare insegnanti è molto selettiva.
Ci chiede di indossare i copriscarpe. Qui tutti si tolgono le scarpe prima di entrare. Un gesto che sa di soglia di casa. La scuola comincia a raccontarsi da questo.
Bambine e bambini sono davvero al centro del pensiero educativo. L’inclusione esce dalle pagine dei libri per diventare cura quotidiana. A ciascuno viene dato ciò di cui ha bisogno. Non a tutti la stessa cosa. Non si tratta di una misura che si aggiunge alla scuola quando emerge un problema, ma rappresenta il modo in cui la scuola è progettata. Ed è per questo che si percepisce nella quotidianità. Nel modo in cui la scuola si piega, si adatta, cambia forma intorno ai bisogni di ogni bambino.
Nelle aule, pur essendo in una sede provvisoria, la didattica sa farsi cura: elastici legati sotto i banchi, per chi ha bisogno di scaricare energia con i piedi, cuffie insonorizzate per chi non regge il rumore, piccoli paraventi che i bambini spostano da soli, quando serve concentrarsi. Insegnanti di classe, curricolari e di educazione speciale. Psicologi, pedagogisti, infermieri per il primo soccorso. Lavorano fianco a fianco. Per tutto l’anno.
C’è il supporto per il gruppo: flessibile e sistematico. E se non basta? Allora intervengono misure specifiche, regolari e pensate a lungo termine sulla base dei bisogni individuali di ognuno. Ho avuto modo di capire come si modula questo intervento. Lo special education teacher segue un piccolo gruppo per una parte delle ore, muovendosi in parallelo alla classe. Se serve di più, lo guida per gran parte delle lezioni. Fino alle classi speciali, composte da una decina di postazioni diverse l’una dall’altra, perché organizzate di volta in volta intorno a chi le abita in quel momento. Tanti piccoli nidi: spazi ancora più protetti per imparare e superare le proprie difficoltà. Luoghi pensati per accogliere chi necessita di un supporto ancora più mirato. E per garantire il prima possibile il rientro nel gruppo classe. Perché queste classi sono solo una “situazione temporanea”, mai un destino. Sono presenti persino dei materassini. Perché può capitare che un bambino sia semplicemente stanco. E questo non gli permette più di stare dentro la lezione. E allora può fermarsi. Riposare. Ritrovare il proprio equilibrio. Anche questo fa parte del prendersi cura. Ed è la forza di questo sistema: l’inclusione non arriva come una misura straordinaria quando tutto il resto non basta. È parte della scuola. È un diritto. Senza che ciò venga vissuto come un’eccezione o una concessione. Nessuno è sbagliato. La scuola non chiede a tutti di essere uguali. Crea le condizioni perché ciascuno possa avere le stesse possibilità di stare bene, imparare e crescere. E, alla fine, è questo che significa davvero garantire il diritto allo studio: non soltanto permettere a tutti di entrare in un’aula, ma fare in modo che ciascuno possa sentirsi accolto, rispettato e messo nelle condizioni di diventare ciò che può essere.
Lì il tempo ha un altro ritmo. La prima elementare comincia a sette anni. Prima, nessun esercizio di prescrittura, nessuna scheda da ricalcare. Alla scuola dell’infanzia si impara facendo: mani che tagliano, infilano e impastano, allenando la motricità fine molto prima di impugnare una matita. Per l’apprendimento della letto-scrittura si aspetta che il bambino abbia sviluppato le abilità cognitive necessarie. Solo allora, arrivano i primi quaderni, forniti dalla scuola, con le righe evidenziate a guidare la mano verso un gesto fluido e ordinato. Le giornate scolastiche che osserviamo iniziano alle 8:30 e terminano alle 13:30. Quarantacinque minuti di lezione, quindici di pausa all’aperto. Una scansione pensata per favorire il benessere psicofisico e l’attenzione.
Le pause sono all’aperto: a respirare, a giocare e correre liberi. Perfino nel boschetto vicino alla scuola. A metà mattina, una pausa più lunga, tra le 10:30 e le 11:30, coincide con il pranzo, che è offerto a tutti gratuitamente. I bambini raggiungono i locali di una mensa immensa e attrezzatissima, con una proposta alimentare ricca e variegata. Anche questa pausa ha un valore educativo. Si impara l’autonomia, si impara a gestire il proprio spazio, a scegliere, a usare gli utensili. Fin da piccoli, i bambini maneggiano tranquillamente il coltello per spalmare il burro sul pane. Senza che nessun adulto si offra di farlo per loro. I bambini arrivano a scuola da soli: a piedi, in bici, con il bus di linea o con lo scuolabus. Autonomi. Responsabili della propria libertà. Nessuno li accompagna per mano fino al cancello. L’autonomia dei bambini non nasce dal lasciarli soli, ma da un sistema che costruisce intorno a loro le condizioni per poter essere autonomi. Questo genera fiducia e responsabilità. Rifletto sul nostro approccio, spesso così protettivo e, proprio per questo, a volte limitante nei loro confronti.
Questa cura non finisce a scuola, permea la vita sociale di Helsinki…
P.S.= A Nurnet, che ha reso possibile questa esperienza di mobilità Erasmus+, va la mia gratitudine. Io, intanto, continuo a osservare, a fare domande, a imparare.